NEW YORK (Reuters) – Skype dovrebbe annunciare presto un accordo col provider di servizi wireless 3 per vendere il primo cellulare prodotto dalla società di telefonia via Internet. Lo ha detto nei giorni una fonte a conoscenza della vicenda.

Skype ha in programma di lanciare il telefono nei paesi dove 3 è presente, ha detto la fonte senza dare una indicazione dei tempi.

3 è la “mobile venture” di Hutchison Whampoa di Honk Kong, e opera in Australia, a Hong Kong, in Indonesia, Austria, Danimarca, Italia, Irlanda, Svezia e Gran Bretagna.

Il portavoce di Skype Chaim Haas ha confermato che 3 e Skype “stanno lavorando insieme su un nuovo prodotto che renderà Skype completamente mobile”, ma non ha voluto fornire altri dettagli.

Secondo la fonte, Skype dovrebbe annunciare i suoi piani questa settimana.

Il software della società, che consente agli utenti di fare telefonate gratuite tra utenti su Internet, funziona già su alcuni modelli di telefono venduti da Skype. Ma il nuovo apparecchio sarebbe il primo completamente prodotto dalla società, più utile da usare rispetto ai modelli già esistenti che usano Skype, dice la fonte.

 Fonte: http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=internetNews&storyID=2007-10-22T085306Z_01_DIG225024_RTRIDST_0_OITIN-SKYPE-PHONE.XML

La Birmania insegna, la rete è pericolosa. Ecco perché quando in Cina sono risultati inaccessibili i motori di ricerca americani Google, Yahoo! e Live Microsoft, la notizia in poche ore ha fatto il giro del mondo: gli utenti venivano reindirizzati automaticamente sul motore cinese Baidu, che ‘evita’ pagine sgradite a Pechino. La sospetta censura è stata denunciata da diversi grandi blog americani, come TechCrunch, Digital Marketing Blog e Google Blogoscoped.

Google in un primo tempo ha confermato il blocco, iniziato ieri mattina a Pechino e in altre città cinesi. Poi, il 19 ottobre, il portale del motore di ricerca era di nuovo raggiungibile dalla capitale e da altri grandi centri. L’oscuramento non ha risparmiato Youtube, con una singolare coincidenza con l’apertura del XVII Congresso del Partito comunista cinese. Eppure per entrare sul mercato cinese, dove ad esempio il portale Alibaba ‘vale’ (collocamento sulla borsa di Hong Kong previsto il 6 novembre prossimo) la bellezza di 1 miliardo e 320 milioni di dollari, sia Google che Yahoo hanno accettato limitazioni e una collaborazione spesso fin troppo aperta e accondiscendente con le autorità di Pechino.

Una commissione del Congresso, il Parlamento americano, ha recentemente avanzato il sospetto che i vertici di Yahoo abbiano mentito sulle informazioni fornite a Pechino su dissidenti cinesi che frequentano internet. Uno di loro, proprio grazie a queste informazioni, è stato arrestato per aver pubblicato poche righe on line, evidentemente scomode per il governo cinese, e condannato a 10 anni di prigione.

Fino a poco fa, quando dalla Cina cercavate su Yahoo o Youtube “piazza Tiennamen + rivolta” la vostra ricerca, subito ‘registrata’ dai provider cinesi, finiva su una bella pagina con indicazione di ‘video non accessibile’: ma nell’immenso oceano di informazioni on line, come ha dimostrato la ribellione in Birmania, è difficile chiudere del tutto le porte dell’informazione. Qualche goccia esce comunque. Ecco allora che nei giorni scorsi la notizia del blocco di Google è arrivata quasi subito dalla Cina ai Paesi vicini, dove molti blogger hanno cominciato un fitto ‘passaparola’ con il quale invitavano a trovare soluzioni che ‘aprissero’ il motore di ricerca anche ai cinesi grazie all’aiuto di siti terzi.

Non sappiamo le ragioni dell’ultimo ‘oscuramento’: ma una coincidenza rimanda al 2002, quando il traffico a Pechino venne reindirizzato dai motori di ricerca su Baidu e altri portali cinesi a poche ore dall’apertura del Congresso del Partito comunista cinese.

Per un Paese che invita la comunità internazionale a non occuparsi della repressione in Birmania; dice no a sanzioni Onu contro il Sudan per il genocidio in Darfur; impone agli atleti delle prossime Olimpiadi di non farsi vedere mentre pregano; apre una crisi diplomatica con gli USA per un’onoreficienza al Dalai Lama, l’ipotesi di un ‘malfunzionamento temporaneo’ appare remota. Mercoledì, era impossibile anche accedere a Wikipedia, l’ ‘enciclopedia aperta’ on line.

La speranza, come per la Birmania, è che le falle si moltiplichino, che i muri, alla fine crollino. Un primo segnale, anche da parte di chi finora ha piegato libertà e diritti al business, è arrivato proprio da Google: che giovedì ha lanciato la versione locale di Youtube a Taiwan. Un altra parola che a Pechino suona male.

Fonte:  http://www.rainews24.rai.it/ran24/rainews24_2007/tema/19102007_dallarete_070.asp

Roma – Contro erano quasi tutti ma l’Autorità TLC è andata avanti per la sua strada e, di concerto con il ministero delle Comunicazioni, ha dato il suo via libera al WiMax all’italiana, quel wireless potente ma blindato di cui tanto si è parlato. Una blindatura, però, che non è piaciuta ad una società del settore, che ha deciso di impugnare le scelte dell’Authority, contestandole alla radice.

Ne parla morse.it, ripreso dall’associazione AntiDigitalDivide. MGM Production Group Srl ha depositato il proprio ricorso presso il Tar del Lazio con la richiesta di annullamento della delibera che determina le procedure per l’assegnazione delle frequenze (la 209/07).

L’azienda, che già dispone di una licenza WiMax regionale in Germania, parrebbe ritenere ingiustificata l’ammissione alla gara degli operatori che già dispongono di frequenze broad band wireless, vale a dire i carrier UMTS. Una delle ragioni, peraltro, per cui persino prima che il bando WiMax venisse pubblicato, molti già temevano che le frequenze del “nuovo” wireless a banda larga sarebbero finite nelle mani dei soliti noti.

Da parte sua AntiDigitalDivide dichiara di non stupirsi del “fatto che proprio quelle società che controllano il mercato dei servizi di telefonia mobile di terza generazione, detentrici delle licenze UMTS, e il mercato della banda larga (Telecom Italia è operatore STRA-Dominante) vadano in soccorso dell’AGCOM e del Ministero delle Comunicazioni. Questo rapporto di “mutuo soccorso” tra controllori e controllati già verificatosi in altre occasioni non è proprio indice di trasparenza e indipendenza dei ruoliCosa accadrà? I termini del bando rimangono validi e sono naturalmente al centro delle attenzioni dei soli operatori che potranno permettersi di competere per quelle frequenze alle condizioni decise dall’Autorità. Ma ora esiste una possibilità che il TAR del Lazio nelle prossime settimane giudichi fondato il ricorso di MGM: se questo accadesse, la delibera stessa vacillerebbe, e con essa tutto l’impianto del WiMax all’italiana. Da lì si perverrebbe sicuramente ad una più lunga guerra giudiziaria, che potrebbe impantanare ulteriormente il lancio del WiMax.

Un piccolo prezzo da pagare, potrebbero pensare in molti, per ottenere un re-design del metodo scelto per introdurre il “vero wireless” anche nel nostro paese. Lo sostiene con forza proprio ADD: “Se da un lato questo ricorso potrebbe portare ad un ulteriore ritardo nell’assegnazione delle licenze WiMAX (l’Italia è l’unica tra le potenze europee a non aver ancora assegnato le licenze) dall’altro potrebbe scongiurare la monopolizzazione del mercato escludendo dalla gare per l’assegnazione i detentori delle licenze UMTS, così come avvenuto in altri stati (…) Dopo l’attesa di 2 anni vorremmo, infatti, evitare anche la beffa di avere un WiMAX snaturato e privato dei suoi punti di forza ovvero riduzione del divario digitale e apertura del mercato della banda larga e della telefonia (ultimo miglio)”.

Fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2091107

Roma, 19 ott. (Adnkronos/Ign) – ”Non intendiamo in alcun modo né ‘tappare la bocca a Internet’ né provocare ‘la fine della Rete’. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione”, così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Ricardo Franco Levi (nella foto), ha replicato a Beppe Grillo che, dal suo blog, aveva fortemente criticato il governo per il ddl sull’editoria approvato dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Una risposta scritta per ”tranquillizzare lei, i lettori del suo blog e, più in generale, il ‘popolo di Internet”’ in merito al ”provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento”.

”Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto-sotto questi sono tutti d’accordo”, si legge sul blog di Beppe Grillo dove tra l’altro si lamenta che ”la legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro”. ”L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete – scrive Grillo -. Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?”. Per il comico ligure, ‘’se passa la legge sarà la fine della rete in Italia. Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico”.

A stretto giro la replica del sottosegretario alla presidenza del Consiglio: ”Ciò che ci proponiamo è semplicemente la riforma del settore dell’editoria, a sostegno del quale lo Stato spende somme importanti” e che ”è regolato da norme che rispondono ormai con grande fatica a una realtà profondamente cambiata sotto la spinta delle innovazioni della tecnologia”.

Il sottosegretario sottolinea: “Vogliamo creare le condizioni di un mercato libero, aperto ed organizzato in modo efficiente. Per questo, intendiamo, tra le altre cose, abolire la registrazione presso i Tribunali sino ad oggi obbligatoria per qualsiasi pubblicazione e sostituirla con l’unica e più semplice registrazione presso il Registro degli operatori della comunicazione (Roc) tenuto dall’Autorità garante per le comunicazioni (AgCom). Anche su questo punto, da lei particolarmente criticato e temuto, lo spirito della nostra legge è chiaro. Quando prevediamo l’obbligo della registrazione non pensiamo alla ragazzo o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog. Pensiamo, invece, a chi, con la carta stampata ma, certo, anche con Internet, pubblica un vero e proprio prodotto editoriale e diventa, così un autentico operatore del mercato dell’editoria”.

Nella lettera di Levi si legge ancora: “Siamo consapevoli che, soprattutto quando si tratta di Internet, di siti, di blog, la distinzione tra l’operatore professionale e il privato può essere sottile e non facile da definire. Ed è proprio per questo che nella legge affidiamo all’Autorità garante per le comunicazioni il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli operatori”.

Toni duri dal ministro alle Infrastrutture Antonio Di Pietro che dalle pagine del suo blog, scrive: ”La mia opinione è che vada immediatamente bloccato il disegno di legge che, nei fatti, metterebbe sotto tutela Internet in Italia e ne provocherebbe probabilmente la fine”.

Pietro Folena, presidente della Commissione Cultura della Camera (competente anche per l’editoria) si inserisce nel botta-e-risposta. “C’è un punto che va chiarito nella legge – spiega – e cioè che chi fa un blog non è un editore. E quindi non deve sottostare a nessuna regola particolare riguardante la stampa o gli operatori della comunicazione”.

Mentre i Verdi annunciano ”emendamenti alla legge sull’editoria per evitare che ci siano restrizioni per chi apre un blog e per consentire a tutti gli utenti di poter parlare liberamente nella rete, preservando la libertà di espressione e la democrazia web – spiega il presidente del Sole che ricde Alfonso Pecoraro Scanio sul suo blog -. I Verdi sono contrari all’obbligo di registrazione per i blogger”.

Il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti definisce ”un gravissimo errore l’assimilazione tra i siti editoriali tradizionali e l’intero universo dei blog”. Ma ‘’sarà bene ricordare che stiamo parlando di un ddl che non è stato neppure assegnato alle competenti commissioni parlamentari e il dibattito in aula non è neppure iniziato”.

Fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Politica/?id=1.0.1449831413

AskPoodle è un nuovo tool di ricerca locale che permette all’utente di inserire una richiesta per un prodotto o servizio di cui ha bisogno, lasciando il compito agli operatori di AskPoodle di trovare un’attività che possa offrire quanto richiesto.  

Immaginate di aver bisogno di un modello particolare di scarpe ma di non avere il tempo di contattare tutti i rivenditori di zona che le offrono o di voler fissare un appuntamento con un idraulico che lavora il sabato ma di non avere il tempo di contattarli tutti. AskPoodle si occupa proprio di questo.L’intero processo, rappresenta un approccio totalmente innovativo nella ricerca dei local business.

In alternativa, AskPoodle offre anche la possibilità di inoltrare la propria richiesta alla community in modello Yahoo Answers.

RateMyProfesors.com il sito che “inverte le parti”, permettendo agli studenti universitari di dare un voto ai propri professori, ha lanciato un nuovo set di classifiche annuali che includono “i professori migliori” e “i più votati”. Le classifiche sono generate partendo da più di 7.5 milioni di votazioni espresse dagli studenti sul sito.

In più, RateMyProfessors ha aggiunto una feature chiamata “Professor Rebuttal”, uno strumento che permette agli insegnanti di rispondere alle recensioni fatte dagli studenti (una feature probabilmente molto attesa dai professori). In più RateMyProfessors ha lanciato una Facebook application che permette agli utenti di cercare i voti dei professori direttamente dal sito di social networking.

RateMyProfessors è di proprietà di MTV ed è marcata come parte attiva dell’mtvU college initiative.

Adegga è un nuovo social network per condividere i propri gusti e scoprire nuovi vini. Il sito è attualmente in private beta, ma qualcosa è già visibile (link agli store, profili dei vini)

Adegga sempre essere costruito per riunire tre tipologie di profili. Uno per l’utente, uno per il tipo di vino e uno per il wine shop. Per ogni vino elencato sul sito, vengono fornite una buona quantità di informazioni come la sua provenienza, le etichette e altro. Gli utenti possono consigliare un vino, votarlo e lasciare un commento. L’utente può inoltre indicare i vini che a provato e quelli che vorrebbe (o sta per…) provare, così da arricchire il proprio profilo. 

C’è anche una wishlist (i vini che vorrei) e una watchlist (i vini che “tengo d’occhio”). Ci sono inoltre una serie di opzioni per seguire gli utenti preferiti. Si può sottoscrivere il loro RSS e la lora wishlist e washlist.

Google ha comprato Jaiku e si allarga ulteriormente nei settori mobile e social networking. Sembra infatti che quasi tutte le ultime acquisizioni della società vadano in queste direzioni.Per chi non lo conoscesse, Jaiku è un servizio che consente di comunicare agli altri quello che si sta facendo, dove ci si trova e condividere alcuni contenuti, inserendo in maniera automatica gli ultimi post presi da un feed RSS, oppure le ultime foto caricate su Flickr o le canzoni ascoltate da Last.fm. Altro aspetto fondamentale di Jaiku è la possibilità di essere usato sia via web che dal cellulare.

Non si sa quanto Google abbia versato per finalizzare l’acquisto della società finlandese.

Ora che Jaiku dispone della forza commerciale, tecnologica e finanziaria di Google, che ne sarà di Twitter?

Con un tasso di crescita dell’1,7% segnato a fine giugno di quest’anno (era stato di + 1,1% nel primo semestre 2006 e + 0,4% nel 2005) il settore informatico nazionale si conferma alla testa della ripresa dell’economia, segnalando la rinascita della domanda d’innovazione tecnologica nel Paese. Senza particolari incentivi, infatti, industria e servizi stanno aumentando gli investimenti in informatica a un ritmo superiore a quelli indirizzati all’acquisto di macchinari e attrezzature, attestati nello stesso periodo a +1,3%.
È questo il dato rilevante che emerge dai risultati semestrali registrati dal settore It nella prima parte dell’anno in corso, divulgati oggi da AITech-Assinform come anticipazione dell’uscita semestrale del Rapporto Assinform. In termini assoluti il settore It, a fine giugno, ha raggiunto i 9.921 milioni di euro di fatturato, mentre il mercato aggregato (informatica + telecomunicazioni) ha totalizzato 31.971 milioni di euro, con un incremento dello 0,8% rispetto al primo semestre 2006. Il mercato delle telecomunicazioni (apparati, terminali e servizi per reti fisse e mobili), pur registrando l’aumento dei servizi innovativi, continua a evidenziare un rallentamento del trend di crescita (+0,5% rispetto a +0,6% dell’anno prima) in connessione con l’abbassamento dei costi per gli utenti, attestandosi a quota 22.050 milioni di Euro.
I dati semestrali verranno illustrati in dettaglio il prossimo 8 novembre a Roma in occasione del convegno, a cui parteciperanno il Ministro Luigi Nicolais e il Presidente del Cnipa Fabio Pistella, organizzato da AITech-Assinform e in cui verrà posta, all’attenzione del Governo e delle istituzioni, la necessità di compiere, in questa particolare fase di ripresa dell’economia, scelte di natura strategica finalizzate a rafforzare le prospettive di sviluppo basato sull’innovazione che l’It sta aprendo nel Paese.

 Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2007/10/aitech-assinform.shtml?uuid=a2d2259a-766c-11dc-a88c-00000e25108c&DocRulesView=Libero

Un dipendente che lavora spontaneamente “di più” può stupire. Ma è quanto accade con i nuovi strumenti di partecipazione del Web 2.0: se ben utilizzati, infatti, consentono di lavorare meglio.
E’ questa l’esperienza sul campo di Reply, primaria azienda di consulenza e integrazione IT italiana, attiva da subito nel Web 2.0. Proponendo tali soluzioni ai clienti, ha deciso di sperimentarle in prima persona. Ha così creato TamTami, un sistema di “knowledge sharing” (e non semplice “knowledge management”) per i propri dipendenti. Un software basato su web con funzionalità di condivisione “virale” delle informazioni simili a YouTube, ma specifico per l’ambiente e le esigenze aziendali.
La piattaforma consente alle persone di scambiare informazioni ed esperienze in modo semplice e non predeterminato. Quest’ultima la chiave di volta: non forum a tema obbligatorio, per esempio, ma luoghi di discussione liberamente accessibili, o blog. Ecco che, di fronte a una richiesta apparentemente nuova da parte di un cliente, si scopre che qualcuno nel gruppo ha già sviluppato un’esperienza simile, e che volontariamente mette a disposizione la propria competenza.
Non è un caso: i paradigmi del Web 2.0, che applicati in azienda prendono il nome di Enterprise 2.0, consentono infatti di strutturare relazioni non tipicamente descritte negli organigrammi aziendali. Altrettanto, facilitano la “emersione” di contenuti e competenze presenti in azienda ma inutilizzate, se non proprio sconosciute.
Tatiana Rizzante, managing director Reply, si è detta più che soddisfatta dei risultati ottenuti dalla sperimentazione. Non solo si sono innescate dinamiche di collaborazione spontanea preziose per l’azienda, ma si sono anche verificate quelle azioni di auto-regolamentazione tipiche delle community. Chi ha pubblicato foto personali, per esempio, è stato ripreso dai suoi colleghi perché “fuori argomento”, senza che fosse necessario un intervento di moderazione esterna.
Del Web 2.0 in azienda – e non solo – si è parlato al convegno “Telco & Media: Convergence in the Web 2.0 era” organizzato da Reply con Business International. Ospite d’eccezione Denise Kalos di Hinchcliffe & Co., che ha mostrato modelli avanzati di descrizione delle dinamiche di partecipazione tipiche delle tecnologie. Un’altra dimostrazione, dunque, dell’efficacia dei paradigmi delle social network applicate agli ambienti aziendali.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2007/09/reply-web20.shtml?uuid=a8088528-6de2-11dc-bf27-00000e25108c&DocRulesView=Libero&area=apertura

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